VOTARE O NON VOTARE? UN CONSIGLIO DI VOTO DAI TERRITORI. La Sinistra e la Destra spiegata in modo semplice e irriverente, apodittico

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PRELIMINARE. LA SERIA OPPOSIZIONE

Sono sempre più convinto di questo. Se oggi il paese Italia è quello che è, non è colpa di Berlusconi o di Salvini, o dell’ultima arrivata, la Meloni, ma è colpa della Sinistra, ossia della mancanza di una seria opposizione. Ovviamente interpretando la “colpa” come un complesso di responsabilità, ai confini del dolo, dell’intenzione e dell’interesse personale.

Non è il tempo né il luogo per fare una profonda analisi storico politica. Ad altri il compito. Posso solo dire che – avendo 55 anni – sono vissuto nella “frattura socialista”, che altro non è che il disgregarsi di un sogno che prefigura una società libera, democratica, forte nella sua solidarietà e armonia tra le genti, che garantisce a tutti un minimo irriducibile. Credo che da Berlinguer in poi, dai primi cedimenti provocati dal “compromesso storico”, dalle morti di Aldo Moro e Guido Rossa, fino alle caricature di Renzi e Letta, il processo di “progresso socialista” – rivoluzionario o riformista – sia fallito in Italia. O perlomeno si sia arrestato, perdendo la bussola dopo le grandi lotte e relative conquiste sociali degli anni 70. Molte le ragioni storiche sulle quali sarebbe utile soffermarsi. Ma non possiamo. Dobbiamo pensare al voto e dare, a chi vuole ascoltarlo, con tutta l’umiltà di chi studia-lotta-lavora nei territori, un mio personale consiglio.

Il livello nazionale è infatti sempre il più difficile da gestire, soprattutto per chi vede nello Stato-Nazione il limite di un organismo giunto al termine della propria naturale vita politica. Monarchie e grandi signorie non ce ne sono più. Quelle che restano – Elisabetta II era tra queste – sono fantasmi simbolici che succhiano vita alla povera gente. I fronti oligarchici si sono spostati altrove. Dentro le democrazie. Per restare all’Italia, abbiamo un parlamento a-rappresentativo, una specie di plutocrazia democratica, fondata sulla gerarchia delle nomine legittimata dai limiti della legge elettorale, un parlamento quindi che non sa rispondere alle dinamiche transnazionali e soprattutto non sa dare risposta alle esigenze dei territori. Non li esprime, ma li spreme. I territori, le terre, la Terra.

Prima del consiglio, una considerazione a margine, solo per i teoreti del voto. Una considerazione che oggi emerge con forza, una sorta di preliminare all’incertezza che ci interroga se andare a votare o non andare. Eccola. Le democrazie contemporanee non stanno più in piedi con gli “usurati” dispositivi passivi del voto elettorale – una partecipazione una tantum – e dei tributi, delle tasse – una partecipazione passiva e dissociata. Se lo Stato sociale avrà un futuro – e la nostra Costituzione ne contiene i germi – sarà in una Res-pubblica che si farà Res-Comune, sostenuta da una cittadinanza attiva che travalicherà il voto, che non “pre/tenderà” solo l’assistenza dallo Stato, passivamente, delegando ad altrui la “rogna” sociale. E lo farà nel bene e nel male. Un bene che è spesso un male, comune. Dovremo tutti digerire la differenza tra cosa “pubblica” e cosa “comune”, ancora da capire persino dai comunisti. L’articolo 1 dovrà aggettivare la parola “lavoro”. Così come è, spoglio, siamo ridotti a uno Stato lavorista, passivo, antiecologico, con il pericolo che scarti del lavoro e il mercato diventino, anzi, restino, i padroni. A più di 70 anni dalla Costituzione. E producano catastrofi sociali ed ambientali enormi. Una su tutte, le sostanze che stanno avvelenando il Veneto. I Pfas (v. PFAS.land).

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ARGOMENTAZIONE. IL CONCETTO DI SINISTRA

Veniamo al voto. Parto con un tentativo audace. Ma pieno di fascino. Proverò a “delucidare”, con parole semplici, forse anche simpatiche, in modo anticaricaturale – controparodistico direbbero alcuni – un concetto pieno di croste. Tanto da aver perso lucidità perfino nel nostro immaginario. Il concetto di “sinistra”. Il concetto legato a filo stretto con i termini “socialismo” e il vituperato  [1] “comunismo”, caduti sotto le macerie dello stalinismo sovietico o di altre dittature lesive dei diritti umani. I concetti ovviamente si evolvono, si allargano e si stringono, come i parlanti, ma le loro origini restano più o meno intatte, nonostante i sabotatori, i fallimenti storici, le perversioni date dagli interpreti.

Quando si parla di “essere di sinistra”, ossia “socialista”, o più drasticamente “comunista”, significa semplicemente essere dalla parte di chi ha meno, in ultima analisi, dei poveri, di coloro che non hanno diritto. Niente di più, niente di meno.

Significa spostare la bilancia eccessivamente carica del ricco verso il piatto smunto del povero. Questo significa essere di sinistra. Essere di destra significa esattamente il contrario. Significa pensare solo al proprio piatto, anche se si è poveri e si aspira a diventare ricchi per poi comportarsi come loro. Essere di destra è quindi essere dalla parte della pre-potenza, del potere a priori, raccolto in qualsiasi modo a scapito dei poveri. Una volta erano i re, i papi, i monarchi, i feudatari, i mercanti senza scrupolo, oggi – nella società dell’abbondanza, che non è il benessere, ossia nella nostra società pervasa dal tardo-capitalismo dove l’uomo è ancora e più di prima al centro di tutto, non solo dei bisogni, ma anche dei desideri e degli eccessi – lo siamo quasi tutti se continuiamo a pensare solo a noi stessi, al nostro piatto, ad essere esclusivi, razzisti, sovranisti, etc.

Lo siamo pure se continuiamo a spostare il peso della bilancia solo per forme di carità e/o di lavaggio della coscienza (dal “green washing” all “rights washing”). O di corporativismo, molto in auge pure nell’attuale cosiddetta Sinistra. La carità andrebbe sempre sostituita con il diritto. Il quale altro non è che creare uno spazio di libertà, di possibilità, di dignità, per chi non ne ha. Affinché diventi autonomo e cittadino attivo. Non un assistito dalla carità. Carità spesso troppo facile da fare. La quale – anche se non sembra – replica la gerarchia dei poteri. Chi ha di più dà a chi ha di meno, senza principio di responsabilità. Solo di carità. Credetemi, non è una gran cosa. Non porta a grandi risultati e nasconde una pratica di dominio, di Signore che dona al Povero, spesso per lavare una coscienza sporca, o disimpegnata per tutto l’arco di una vita.

Secondo punto. Tutti i diritti del mondo nascono, per forza di cose e di equilibri fisici – vedi bilancia – dalla sinistra. Pure lo Stato Sociale, le pensioni e la salute pubblica, con cui si riempiono la bocca anche le destre sovraniste o i finti uomini di sinistra che siedono nei consigli di amministrazione delle multinazionali estrattiviste. Che altro non sono che forme nuove di pre-potere. Dunque la scelta di campo appare semplice. Vuoi stare con i prepotenti o vuoi stare con i post-potenti, con coloro che il potere, la possibilità, la potenza la cedono a chi non non ne ha per creare quella particolare forma di azione che si chiama diritto? Azione che spesso liquidiamo nella forma di un dovere passivo, invece di essere una scelta di campo responsabile? Perché solo chi sceglie, decide. Sul proprio destino.

Non mi soffermo sulle strategiche forme di filantropismo delle destre, per farsi passare come promotori del diritto. I vari club dei Leoni o dei ricconi Rotanti. Sono solo delle forme mascherate di dominio. Il mondo sarà sempre una lotta tra la destra e la sinistra, dovuto alla particolare natura umana, alla sue pericolose facoltà intellettive – l’intelligenza, il motore della cultura pratica e teorica – le quali potenzialmente sono portatrici, per l’appunto, di enormi possibilità. Nel bene e nel male. Fa parte pure della stessa nostra personalità. Vuoi stare con la parte di te che vorrebbe sottometterti alla tua irrazionale potenza o con la parte che ti ha portato ad essere equo, libero, armonico? Il progresso dell’umanità è sempre venuto dalla seconda parte, anche se la prima continuerà ad esistere, come primigenia irrazionale reazione all’inerzia degli elementi. Al caos degli eventi. È solo questione di controbilanciare la nostra natura. Riconoscendo una dignità pure al nostro difetto. Ama il tuo nemico (in soldoni, non ucciderlo), diceva evangelicamente Mandela, e farai una lunga strada.

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IL POSTULATO. L’EVIDENZA DELLA STORIA

Ora devo postularlo. Come fosse una pustola apodittica. Una cosa brutta, difficile da dire e da digerire. Dettata dall’evidenza. Lo dico: nasciamo con un difetto di fabbrica. Il pericolo di cadere a destra. Che non è il peccato originale trascendentale. Ma una tara biologica. Insomma, se vuoi controbilanciare la particolare natura difettosa dell’umanità – altro che la perfezione trascendente inculcateci da filosofi e teologi – stare a sinistra è inevitabile. Se vuoi cadere nel baratro causato dalla potenza ad ogni costo, la destra fa per te. I malumori, i fetori, i clamori del baratro non tarderanno a manifestarsi. Attenzione, vivere a sinistra è molto più difficile e imprevedibile. Cadere sul proprio difetto, invece, è la banalità più grande che ci possa capitare. Basta vedere quanto sono banali Berlusconi, Meloni, Salvini. E i loro finti oppositori. La banalità del male, diceva una grande donna.

Diciamolo pure noi: l’opposizione fittizia non scherza. Di fatto non è un’opposizione. Esemplari sono Letta, Renzi, Di Maio. I danni che hanno fatto sono reali. Tanti che oggi in Italia – comprese le comparse – non c’è più nessuno a sinistra (istituzionalmente) e rischiamo di essere trascinati a destra. Nel baratro. Un paese quindi difettoso e che sta per cadere nel proprio difetto? Sembra proprio di sì.

Terzo passaggio, in corsivo. Per niente trascurabile. Deduttivo. Se gli uomini [2] di destra hanno dei diritti è grazie alle lotte degli uomini di sinistra. Di più: ciò che gli uomini di destra scambiano per diritti, sono solo privilegi. Chiamiamoli con il loro nome. I diritti portati avanti dalla destra non sono diritti civili, ma diritti per i ricchi, ossia forme di privilegio vestite di legalità o legittimità. Che non significa giustizia. Le possibilità a destra si chiamano privilegi, a sinistra diritti. Le prime sono possibilità a prescindere, ereditate a priori (vedi le identità peregrine) o depredate con la violenza, le seconde sono possibilità acquisite a posteriori. Con la lotta e con il sudore. Punto.

Certo, la destra, la forza irrazionale e violenta, che spesso è pure creatività distruttrice, la possiamo al massimo sopportare per le piccole cose, per bisticci personali e oltranze di prossimità, ma a livello politico la destra è sempre eminentemente pericolosa. Perché si moltiplica dal singolo alle masse, per vie irrazionali, intestinali, viscerali, guerrafondaie. Se la politica ha fatto dei passi avanti nel corso della storia dell’umanità è solo grazie alla sinistra [3]. Ovvio, anche la sinistra a volte è costretta a diventare violenta. Ma a mali estremi, estremi rimedi. Il segreto è evitare i mali estremi, provocati dal pensiero della destra. Può sembrare semplicistico. Lo è. Ma non è una semplificazione. È il risultato semplice della storia: votare a destra è contro l’umanità, intesa come senso di comunità e fratellanza universale. Non solo, è contro la vita stessa del pianeta, perché ogni crimine ambientale deriva dallo sfruttamento sociale. A larghe tese, pure la crisi climatica.

A questo punto nascono delle domande curiose.

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DOMANDE CURIOSE E SINTESI

Può un industriale essere di sinistra? Certo, lo è quell’industriale che redistribuisce le eccedenze, i profitti oltre il lecito, la propria forza e ricchezza, alla comunità, alle proprie maestranze; che lo fa consapevolmente e responsabilmente per un bene comune, un bene condiviso tra lui che dà e quelli che ricevono. Che è molto di più di un bene pubblico. Per l’appunto, un bene comune. E lo fa non per lavarsi la coscienza. Senza alcun interesse o forma di carità. Ma per responsabilità. Un esempio storico – da contestualizzare – fu Adriano Olivetti.

Può un operaio o un “popolano” essere di destra? Certo, lo è quella persona “operosa” che crede di risolvere i problemi diventando esso stesso arrogante e violento, razzista e classista, come lo è il “padrone”. Esempio classico: “prima i veneti“ e dopo tutti gli altri. Tale primato è tipico di tutte le forze di destra, “populiste”, perché rendono il popolo passivo di fronte alle scelte elementari. Questo significa populismo. Popolo passivo e servo, di fronte ai principi elementari. Vedi la Lega, nata con l’odio, serva di Forza Italia. Ricordo bene al mio paese i cartelloni degli anni 80: FUORI I NEGRI. Se non ci fossero loro oggi nelle nostre fabbriche insalubri – con i loro padroni, padroncini e caporali, ossia l’alleanza interclassista, gli stessi che poi si lamentano per le tasse e le pensioni – il comparto conciario di Arzignano avrebbe già chiuso. In breve: il sogno di ogni popolano di destra è di diventare padrone pure lui e sottomettere al suo servizio gli inferiori, di qualsiasi categoria. Tuttavia, aspira, sempre e pure lui, egli stesso, di arrivare alla pensione. Anche se non ha mai alzato un dito in vita sua per conquistare un diritto. Limitandosi a pagare le tasse, se le paga, e a votare, se vota. Non difende il diritto. Non lo crea. Lo usa solo, a sua immagine e somiglianza. Berlusconi docet.

In estrema sintesi, le destre veicolano odio, violenza, morte sociale.

L’unica forza di sinistra oggi in Italia – non consociata o simile alla destra, come il PD e certi compagni verdi argutamente definiti “ambientalisti da salotto” da Salvini (molto diversi dagli ecologisti radicali, che sono ecologisti sociali) – è quella di De Magistris. Con tutto il rispetto delle persone di sinistra che sono dentro o credono negli ideali primigeni di queste formazioni, si può affermare senza paura di essere contraddetti che i loro dirigenti (Renzi, Letta, Di Maio, pure Conte) parlano di cose di sinistra, ma palleggiano con il destro. Le alleanze e le contraddizioni sono evidenti e hanno portato alla catastrofe politica di questi anni. Non ultima – sul piano dei principi – la guerra tra Russia e Ucraina, che nel nostro piccolo è la lotta tra il Centrodestra e il Centrosinistra, entrambi finanziati, o finanziatori, di rispettive parti, blocchi, ideologie, fondate sulla supremazia, sulla gerarchia, sul dominio, sul neoliberismo trasversale, sul ceto medio come ideale di consumo ad infinitum sul quale i ricchi fanno gli affari facendo morire i poveri. Filorussi (sovranisti) contro filoamericani (atlantisti), in una amalgama di strategica confusione. Ancora qui siamo fermi, mentre il mondo brucia e muore di fame. Bisogna delegettimarli e il voto – essendo la loro una voce dannosa all’interno dei parlamenti, delle democrazie – è l’unico dispositivo per tacitarli. Per questo il voto ha la sua importanza.

Esso ha la sua importanza progressiva. Per disinnescarli prima. E defenestrarli dopo. Il processo democratico è sempre un processo lungo e credo che bisogna utilizzare tutti i dispositivi a nostra disposizione. Pure il voto, anche se depotenziato da una legge elettorale oligarchica. Quello che non farà il voto subito, lo faranno le nostre azioni dopo. Sul campo frontale della battaglia. I territori. Dove possiamo concretamente unire le forze e agire come doppio potere.

Vengo da un territorio dove il consociativismo tra destre e sinistre “tardocapitaliste” ha creato i seguenti mostri sociali: Nuova Base Militare di Vicenza in territorio Unesco (brand oramai senza senso), fallimento Banca Popolare di Vicenza (con famiglie messe alla fame), Borgo Berga illegale (con annesso Tribunale), il Caos Mose (non plus ultra sui generis corruzione), per non parlare del progetto di finanza fallimentare della Superstrada Pedemontana Veneta, o del disastro Pfas, di spessore mondiale, o della Tav, senza senso. In tre parole: tumori, patologie, tristezza… tristezza sociale in una zona ad alto reddito, di denaro. Ma a basso, bassissimo reddito di belligeranza, civile.

Davanti a luminari del diritto internazionale, Onu e Centro Diritti Umani, abbiamo classificato questo clima sociale – una crisi climatica che supera l’aspetto ambientale, per arrivare alla tristezza sociale – come Zona di Sacrificio ad Alto Reddito: le nostre terre, un tempo ubertose e sociali, oggi sono liquamose e asociali. Affoghiamo nella ricchezza, respirando liquame. Consegnandolo ai nostri figli. In piena omertà. Una vergogna per l’Italia intera. Una vergogna studiata perfino dalle Nazioni Unite.

Non mi soffermo sui dettagli.

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CONCLUSIONE. IL CONSIGLIO DI VOTO

Dopo queste argomentazioni, sono sempre più convinto del consiglio che sto per darvi. Mi ero detto, se De Magistris scenderà nell’arena nazionale, lo voterò, perché so che sceglierà la formazione giusta. Lo conosco dal mio impegno contro la base militare di Vicenza e per aver studiato le nuove forme di municipalismo e di confederalismo democratico che mettono in discussione le strutture obsolete dello Stato nella sua attuale forma. È l’unico in Italia – nelle grandi città – che ha promosso percorsi di autentica evoluzione democratica fondata sulla partecipazione attiva, sulle assemblee di comunità, sui valori citati sopra, quelli di sinistra. Che fa dialogare, nel sano conflitto, imprese, operai, movimenti sociali. Così, per la prima volta dopo anni, so chi votare a livello nazionale.

Resta poi il fatto, spiego ai miei figli, che certe formazioni non si votano, a prescindere da quanto serie o affascinanti possono sembrare le persone.

Per principio i partiti di destra sono invotabili.

Semplificando: la Lega è razzista o per aspiranti tali, Forza Italia è per i ricchi capitalisti distruttori della natura o aspiranti tali, Fratelli d’Italia è la sintesi dei primi due, di stampo pseudofascista o per aspiranti tali, ossia dei poveri di spirito (spesso anche di denaro) che sperano di diventare ricchi (Forza Italia) sulle spalle dell’esclusione razzista (Lega). In Veneto poi abbiamo la versione buonista, che fa le cose a spanne, il Partito Spannometrico di Zaia, talmente buono che l’hanno messo fuori dai giochi, facendogli fare la figura dello scemo del villaggio. Sottolineo: Zaia è un prete buonista di destra vestito con abiti e abitudini di sinistra e potrebbe dare mano al compagno demotardocristiano Letta. Entrambi amano gli interessi multinazionali. O meglio, servono. Poiché, sinceramente, credo che neppure arrivino a capirli. Visto che li condiscono di autonomie differenziate. Se Cristo fosse qui, si vergognerebbe di loro. Ne sono certo.

E i Cinque Stelle dove li posizioniamo? Sono l’ago della bilancia. Sono pesi, anche importanti, senza bussola, un po’ di qua e un po’ di là, con tanta brava gente e tante contraddizioni. Non avendo un’idea politica, ma solo obiettivi e stelle da raggiungere, sono un po’ il frutto tardivo della società dello spettacolo, che fanno politica più per sport che per vocazione. E purtroppo tutti i fatti importanti del mondo accadono per vocazione, non per annunciazione, buona intenzione, o altro che arriva così, all’improvviso, come un voto digitale senza il contatto reale di prossimità, di conoscenza fisica, con il reale. Capisco superare la partitocrazia imperante, ma non prostituirsi per la causa. Stringendo alleanze con pseudocriminali, o istigatori di odio. Non vedo futuro per loro. Hanno solo obiettivi, ma non hanno un’idea di giustizia, di società. Tale idea non avrebbe portato a stringere la mano a qualsiasi politico pur di governare. Spesso si confonde la legalità con la giustizia. La comicità di un capo con la sagacia politica. La professionalità di un professore con la visione sociale. Non sempre coincidono. Occorre ricordarlo: le buone intenzioni non sono le migliori compagne delle azioni.

Ne consegue un fatto incredibile. Il voto utile non è mai stato utile come questa volta. Possiamo estromettere in un colpo solo la destra e la sinistra consociata, e mettere sull’attenti le stelle dello spettacolo e «gli aggiustatori della politica». In altre parole, mi spiace per loro, proprio per la retorica del voto utile, mi dispiace per tutti gli alleati del PD e per buona parte dei Cinque Stelle, nonché per i rottamatori della sinistra, usurati tutti da lotte interne tipiche della partitocrazia. Non sono formazioni credibili. Non sono legate ai territori come si deve. Non sono la loro vera espressione. Non praticano la geografia concreta.

Dunque alla fine non è così difficile scegliere. Votate la formazione di De Magistris, intanto per cominciare. Il quale, al posto dell’autonomia differenziata, vuole che le «autonomie si incontrino» (congiuntivo mio), parole sue nel suo primo libro su Napoli [4], che esse si rispettino e si rafforzino a vicenda, togliendo la potenza pericolosa che le nazioni-stato oggi detengono con gli eserciti, con le armi, con le prevaricazioni, con le guerre. Lui solo, la sua nuova formazione politica – con tutti i limiti congeniti del nuovo – sta andando verso un confederalismo democratico transnazionale che rispetta le differenze e la fraternità universale. La sorellanza pluriversa, se pensiamo all’Oriente o ad altre culture. Una piccola rivoluzione nella politica italiana. Che ha digerito e superato Marx. Che dà voce non solo agli industriali e agli operai. Che dà voce ai territori e alle sue genti. Non ai nominati. Il resto lo vedremo. Buon voto.

Alberto Peruffo
Montecchio Maggiore, 18 settembre 2022

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ANTERSASS CASA EDITRICE | Montecchio Maggiore | VI

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NOTE AL TESTO

1. Il vituperio sul termine “comunismo” messo in atto da Silvio Berlusconi, alimentato dalle sue sottolineature sugli orrori dei regimi totalitaristi comunisti (che ci sono stati, indubbiamente), è ad uso e consumo della Destra moderata per difendere il contrario del “comune”, la “proprietà privata illimitata”, quella dei cosiddetti Signori. Tale pratica diffamatoria è disinnescata dall’ampio e positivo uso del termine “comune”, in tutti i campi. Non è un caso che il termine più in uso nel linguaggio politico per designare il luogo della democrazia storica, il municipio, sia Comune. Luogo da dove partono le pratiche democratiche. “Municipio” e “Comune” condividono la stessa radice (munus) e gli stessi scopi, la condivisione dei beni primari, i territori condivisi nella cura, il dare e il ricevere in comunanza, in sintesi la munificenza. Il donarsi che non è semplice beneficenza. Se dovessimo applicare i concetti di Berlusconi tutti i Comuni d’Italia si dovrebbero chiamare Signorie o Rapinerie. Cosa che non è e che dimostra che lo stesso concetto di “comunità” ha come suoi contrari i concetti di “gerarchia” e di “dominio”, la prevaricazione di uomini su altri uomini, l’abuso sulla stessa natura. Senza fare un’altra lunga nota, lo stesso dicasi, in fatto di uso positivo, per il termine “sociale”, da cui deriva “socialismo”. Postilla a margine: un termine di passaggio dal “comunista” storico (intriso di “materialismo storico”) a uno più evoluto, aggiornato dai risultati effettivi della storia, positivi e negativi, che si potrebbe usare per un comunista democratico contemporaneo, che non vuole perdere la radice “comune”,  è il termine “comunalista” o “municipalista libertario”, adottato da Murray Bookchin, militante e pensatore americano, teorico dell’ecologia sociale.

2. Quando parlo di “uomini”, intendo homines (creature umane), per significare la specie umana (homo), in senso neutro, come d’uso nel linguaggio scientifico e giuridico. Tutti i miei lettori sanno della mia grande attenzione per il femminismo, forza determinante della nostra epoca, insieme all’ecologismo sociale radicale. Non è un caso che oggi si parli di ecofemminismo.

3. Bisogna riconoscere che anche la Destra, tipo quella Storica italiana, qualche passettino l’ha fatto, promulgando qualche legge “di civiltà”, come la Legge Casati, la Legge Rattazzi, la Leva Obbligatoria… Ma parliamo di “civiltà del dominio”, per meglio dominare, istruire, controllare i sudditi di uno Stato che diventa Patria e che porta alla morte collettiva, alle guerre in nome di un principio superiore, sia esso Dio, Patria o Famiglia. Oggi il Denaro. È inutile far finta di guadagnare un passettino in avanti per poi ritornare indietro e cadere tutti nel baratro, collettivamente, nelle barbarie dell’egoismo identitario fattosi massa grazie alle Leggi. Come quelle Razziali. Non dimentichiamole quando si parla di Legge e Diritto che non è diritto, ma privilegio ed esclusione. Tale può essere la Legge. Ingiusta e servile.

4. De Magistris, Luigi. 2013. La città ribelle. Il caso Napoli. Chiare Lettere.

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*NOTA EDITORIALE

Il testo è di Alberto Peruffo, attivista e regista culturale in prima linea da molti anni sui grandi conflitti territoriali e culturali del Nordest, ideatore di PFAS.land e di molti altri contenitori culturali, referente della recente Missione ONU sui «Veleni del Veneto», autore di Non torneranno i prati. Storie e cronache esplosive di Pfas e Spannoveneti, Cierre, alla seconda edizione (con prefazione di Francesco Vallerani).

PDF >> https://casacibernetica.files.wordpress.com/2022/09/votare-o-non-votare-un-mio-consiglio-alberto-peruffo.pdf

Foto Cover di Martina Bettega. Ritorno sui territori, agosto 2022. Alberto su Cima Tibet, Gruppo del Carega (Piccole Dolomiti), appena tornato dalla spedizione da lui guidata al Nanga Parbat (8126 m), che ha visto il peruviano Cesar Rosales Chinchay in vetta il 4 luglio del 2022.

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