VENETO B-side | Viaggio in bici nel cuore spannografico del mondo | 2020: il Veneto-Globo che verrà, dopo il POPOLO INSANGUINÀ e la PRIA BONA devastà

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La vista da Monte Pulgo verso le Colline di Montecchio

Chi sale sulla sommità del Monte Pulgo si rende conto di vivere in terre bellissime. Sotto gli occhi si alza l’indescrivibile – per forma e sospensione – ultimo piede dei Lessini, l’acrocoro dei Colli di Montecchio, separato da un impercettibile punto di collegamento con il resto del mondo: le grandi montagne, le Alpi e le Prealpi, da dove parte il nostro sguardo.

Tutt’intorno monti e dorsali di colline, in collisione con le grandi pianure. Sembra davvero un mondo bellissimo, dove le acque corrono senza sosta grazie proprio a questa inesorabile discesa dai monti che lo stesso nostro sguardo, quasi saturo di meraviglia, raccoglie a fatica. Una discesa non-orabile dai monti verso il piano. Una bellezza che cade in armonia con ciò che in fondo l’aspetta. Il piano. La fine di tutto.

Dirò di più. Qui, sotto di me, di noi, scorre la Poscola. Anzi, nasce. Se si sta in silenzio, quasi se ne avverte il brusio. La grotta da cui gocciola il primo rivolo di vita dista qualche centinaio di metri, in linea d’aria, in fondo a queste viscere di terra sopra cui siamo seduti. Qua in alto, finché ancora tutto è silenzio, sembra sentirla. Sembra che la caduta sia, come detto, armonica. Una cascata di acqua e di vita.

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Zona industriale di Castelgomberto

Vorrei tuttavia riscrivere l’inizio. Re-imbucare la lettera nel solido cemento.

Chi sale sulla sommità del Monte Pulgo – poco più di 420 m sul livello del mare – si rende conto di vivere in terre bellissime. Devastate. Da una classe dirigente scellerata e da una popolazione inerte. In due parole: da una democrazia passiva. Il cancro della libertà.

Qui, sotto di me, dove nasce la Poscola, nel cuore spannografico* del Veneto, a sinistra ci fu un tempo la bellissima Vallugana, e a destra le preziose Poscole di Priabona. Quel Priabona che diede il nome perfino a un intero tempo geologico. Il Priaboniano. Valli ora sconquassate da una superstrada e da una galleria che mette in comunicazione l’incomunicabile. La follia di menti umane che nulla sa dei territori. Espressa da una nuova esilarante razza di in-abitanti che si arroga l’autorità di spazzare via un’intera messe di tempi geologici – lo stesso di prima e quelli successivi – monumentalizzando la propria pazzia. A spanne. 

Questo più o meno dissi all’Autore del testo che leggerete tra poco, quando mesi fa mi chiamò per accompagnarlo sulle nostre terre. Che lui sapeva, devastate. Ma non così tanto.

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AP indica l’antica Fontana di Valbona all’Autore

Gli dissi che il torrente Poscola – Le Poscole – sarebbe presto divenuto uno dei simboli più eloquenti della devastazione di tutta la nazione, l’Italia tutta, grazie ai PFAS e alla SPV. Non esiste infatti piccolo corso d’acqua più torturato e inquinato al mondo – occidentale, che si proclama civile – pur essendo vincolato da protezione europea. Una pagliacciata. Di una sovranità che non esiste.

Di questi giorni la seconda implosione della sua anima. Delle Poscole.

Eccomi quindi a scrivere questa presentazione. Di un viaggio e di una scrittura davvero preziosi e originali. Fatti con i piedi sui pedali e lo sguardo oltre l’asfalto. Raccolti nel luglio di quest’anno da un ciclonauta d’eccezione. Che ora consegno a tutti i compagni di lotta. Si tratta di una testimonianza concreta, on the road, quasi spaventosa per la forza iconica delle foto prese sul territorio devastato della Valle dell’Agno – e ciò che la anticipa e la segue, nel “profondo” Veneto. Siamo in piena zona Poscole, area SIC, Sito di Interesse Comunitario. Sito violato senza riserve da amministratori e affaristi senza scrupoli, senza memoria e senza contatto con le terre che amministrano, in deroga a tutte le leggi sedimentate dalla storia e al minimo buon senso popolare. Popolare?

Sembra che i sensi in questa parte d’Italia che si crede prima, e invece è ultima per civiltà e paesaggio, devastati, siano stati anestetizzati per sempre non solo dai temibili perfluoroalchilici, i celebri PFAS, ma da una devianza culturale che sta cancellando le tracce secolari degli abitanti dei luoghi, installando nuove icone identitarie, spostando torrenti e capovolgendo narrazioni secolari, sostituendole con altre messe in circolo da una classe dirigente onnivora, che mangia se stessa e ogni cosa sia mercificabile, compresa la salute propria e dei propri figli. Oltre a quella degli operai e delle maestranze.

Già, la salute. L’ultima frontiera dell’ordoliberalismo. Dopo aver devastato la salute esterna, la natura, ora si concentra sulla salute interna. Che si vorrebbe privata, apparentemente pubblica, per niente comune, e sulla quale sta infatti investendo a più non posso, costruendo ipernosocomi per ospedalizzare più pazienti possibili – siamo già sull’ordine dei 100.000 con i pfas – in perfetta sintonia e interscambiabilità – il salire e scendere la scala sociale – con una massa di gente che crede di risovere tutto con il voto o il non-voto, massa che taluni chiama popolo. Veneto. E che invece è solo l’inerzia di una umanità, stanca, con la pancia piena e il cervello vuoto, addomesticato su se stesso e i propri prodotti, ovviamente obsolescenti già prima di nascere e pronti per essere medicalizzati, ingabbiati. Come i tumori o i simboli che diventano merce o, peggio ancora, la merce che diventa simbolo. Escrescenza. Una crescita fuori di sé, fuori misura.

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In-stalla-zione spannoveneta. Il Leone di Castelgomberto anticipa il Leone di Trissino. La pietra, la vetroresina. L’obsolescenza è passata dalle merci ai simboli [leggi in calce o cliccando qui  la nota sociopolitica/antropologica su LE STALLE DELL’IMMAGINARIO]
Un popolo che crede e pretende di autogovernarsi, di essere democratico, e invece è governato solo dalla propria ingordigia e dai reflui che essa produce. Una vera e propria economia circolare del rifiuto. Della propria umanità. Qui, per una serie di fattori che è troppo difficile riassumere in questa presentazione, siamo diventati troppo umani, iperumani. Un’eccedenza di noi stessi. Il cervello ha perso la sua vocazione naturale verso l’altrove e dal “ciondolabro” che porta all’addome ha deciso di produrre spanne, al posto di articolazioni di neuroni. Un parto inspiegabile. Le spanne. Che forse – come cattolicamente abbiamo imparato di fronte al mistero – è stato messo in opera dallo Spirito Santo. O da uno spirito poco santo. Il subconscio di Zaia, che per primo la invocò. La spanna. Dobbiamo non dirlo quando scendiamo con le nostre bici incontro al disastro? Con macchine che cercano ogni secondo di metterci fuori gioco? Perché con la bici rincorriamo un’altra umanità? Quella originaria. O perlomeno quella fondata sui minimi termini. Fatta di rispetto, conoscenza e prossimità, con tutti i sani conflitti che la contingenza e la composizione dei molteplici fattori portano con sé? Lungo la strada? Che per forza non deve essere super?

Quindi è giusto ribadirlo. Si parla e si scrive perché qui da noi è una questione di vita o di morte. Una guerra civile. Che ci fa sospendere dal nostro essere semplici cittadini e rifiutare ogni diritto di cittadinanza se questo significa quello che vediamo. E respiriamo. E ingoiamo. Siamo al collasso di un ordinamento e dal luogo in cui vi scrivo, il Monte Pulgo, il respiro di questa civiltà, che si crede nuova e autonoma, di quel mefitico respiro, se ne avverte il tragico, comico, ultimo, rantolo.

Chiudo e anticipo la scrittura del ciclonauta, proprio con un’oltranza satirica. Un omaggio a Meneghello, le cui spoglie sono state richiamate da altri amici accompagnatori poco prima di salire all’oramai mitico Passo di Priabona, ovvero sia poco prima di sporgersi sulle valli sopra cui dominano incontrastati gli iperumani. Gli spannoveneti. Ancora per quanto? Dunque:

«L’autore – appassionato ciclista, geologo e blogger – nella quarta giornata del suo progetto che lo vede attraversare il lato B del Veneto, approda nelle nostre terre. Dopo essere sceso dall’Altipiano dei Diccias-Sette Comuni, lasciata la Non più Libera nos a Malo, di meneghelliana memoria, affronta il “pericoloso” Passo di Pria un tempo Bona, che dà accesso alla Res-publica Spannoveneta, bagnata dalle Mefitiche Poscole.
Il 2019 sta per finire, cosa ci aspetta nel 2020, in questo ridente Veneto dove tutto va bene? A spanne… Leggiamo Veneto B-side, per capirne i prodromi».

Buona lettura.
Alberto Peruffo

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VENETO B-side | Viaggio in bici nel cuore spannografico del mondo. Quarto giorno

di Andrea Rosina 

Finora mi son sempre tenuto alla larga dalle grandi arterie automobilistiche. Certo, nella pedemontana un piccolo assaggio del traffico produttivo l’ho avuto, ma qui in questi tornanti che da Malo salgono a Priabona, sto toccando con mano cosa sia il via vai compulsivo. Una strada che sulla carta sembrerebbe secondaria, trasformata in una tangenziale metropolitana, dove i ciclisti sono moscerini che si schiantano sui parabrezza. Ad ogni tornante sulla sinistra, sento musi inferociti che si avvicinano, scalano nervosi e sbuffandomi sulle cosce, mi sorpassano all’interno sputandomi addosso il loro fiato mortale. Le dinamiche cambiano per i tornanti a destra quando le fiancate multicolori dei furgoncini e dei camion, mi lasciano giusto lo spazio vitale per far scorrere le mie ruote tra la striscia bianca e il ciglio della strada.

La figura di Alberto, il montecchiano, seduto sulla panchina al valico di Priabona, significa salvezza!

Ripensando a questo tratto stradale, ricordo solo quei pochi centimetri d’asfalto dove poter sopravvivere. Gli chiesi subito del perché di tutto quel traffico fuori misura.

Tempo è denaro, e quindi bisogna tagliar via chilometri anche se poco più a nord c’è il traforo che evita il su e giù.  Mettere un divieto? 

“Dai che te me fe perdar tempo!”

Siamo a Priabona, a poca distanza da un altro importante geosito: il Buso della Rana. Una serie di grotte e passaggi di importanza speleologica e geologica internazionale!

“Continua… te me fe perdar tempo!”

Priabona riveste un’importanza mondiale nel campo della geologia, ovvero nella scala dei tempi geologici il Priaboniano identifica il piano più recente dell’Eocene. Lo stratotipo priaboniano è individuabile in tutto il mondo ed è caratterizzato da marne contenenti particolari animali vissuti tra i 37 e i 34 milioni di anni fa e che oggi costituiscono un’importantissima comunità fossile.

“Oncora… te gò ditto che te me fe perdar tempo!”

Io e Alberto iniziamo a scendere. Svoltiamo a sinistra per una stretta stradina che taglia la valle e ci fermiamo in vista del cartello che indica l’area delle Poscole, Sito di Interesse Comunitario europeo, devastato

“Area di campagna ricca di fossi e risorgive attraversata dal torrente Poscola, racchiusa ai lati da colline che si elevano per un’altezza media di 300 metri.”

In pratica è rimasto solo lui a testimoniare quanto scritto nel sito dell’ARPAV.
Metto il piede a terra, alzo lo sguardo e son già che si intravedono.

Le riconosci perché sono spesso accompagnate “dae mote de tera, de giara. Ea tera che e ruspe fa su par sguaivar i campi e piantar i primi picchetti, quei d’avanguardia, quei co ea testa rossa e i spigoi sbecà dae smartelà.
Si intravedono sbiadite, slabbrate, “tacà col fil de fero, color ranzo”: reti.
Impongono nuovi limiti, nuovi confini, nuove prospettive.

Cerchi di individuare le loro prossime mosse, i prossimi avanzamenti di quell’esercito di spuntoni co ea testa rossa comandati dal generale Ruspa. Non hai via di scampo, arriveranno dritti verso di te.

Non è possibile. Non possono tagliare in due la Poscola, la valle, per andare a ficcarsi dove? Sotto quelle “colline che si elevano per un’altezza media di 300 m” … in mezzo a “numerose sorgenti d’acqua che alimentano fontane, diverse fattorie in attività, tipiche case coloniche e bei nuclei di contrade.”

Sì, il cantiere avanzerà e si infilerà sotto le colline per sbucare più a nord-est verso Malo. Ma poco più a nord c’è già il traforo di Valdagno!

“No sta farme perdar tempo, dai, go da far!”

Bisogna fare! Fare cose nuove, da zero. Quelle esistenti non vanno mai bene, non sono mai migliorabili, adattabili: segno di inadeguatezza dei decisori passati e attuali. Durante questo viaggio l’attualità mi ha accompagnato con una serie di avvenimenti che hanno rafforzato il senso vero di questo viaggio. Pochi giorni dopo aver lasciato Rocca Pietore, un acquazzone estivo del nuovo millennio, ha rimesso in ginocchio parte della valle, provocando allagamenti. Appena arrivato a Priabona, Alberto mi mostra un video ripreso dall’elicottero dei vigili del fuoco, dell’incendio di una fabbrica di vernici a Brendola il giorno prima del mio passaggio. Un incendio enorme che ha provocato la chiusura dell’autostrada, l’obbligo di non uscire per la popolazione di cinque comuni e ha costretto l’amministrazione comunale a vietare l’acqua del fiumicello Brendola per l’uso irriguo.

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Da Montecchio verso Brendola, 1 luglio 2019. In primo piano la FIS [qui il video]
Il 6 luglio, la Guardia di Finanza mette i sigilli al cantiere della galleria di Malo.

Il 7 luglio l’UNESCO proclama patrimonio dell’umanità la zona del Prosecco; governatore incluso.

Pochi giorni prima della mia partenza, il CIO assegna all’accoppiata Milano/Cortina le Olimpiadi invernali del 2026.

Pochi giorni dopo il mio incontro con lo scrittore Paolo Malaguti nei pressi del cantiere della Pedemontana Veneta a Riese Pio X, escono articoli che lanciano l’allarme per la strage di volatili provocata dalle barriere in vetro nei tratti sopraelevati. 

Usciamo dalla stradina e scorgo il cartello che ne riporta il nome: Via Palù.
Toponimi.
Nome proprio di un luogo geografico… studio del significato e dell’origine di un nome proprio.

La mente salta subito a qualche chilometro più indietro, a qualche grado di longitudine più a est.

Otto anni fa l’incontro con l’antropologa Nadia Breda, autrice di Bibo – dalla palude ai cementi

La serata magica durante il GeoTransect proprio nel campo vicino ai Palù di Conegliano, sfregiati, sbregati in due dal moncone autostradale è ancora fermamente impressa nella mia mente e penso anche in tutte quelle dei partecipanti.

Stessa storia, stessi toponimi, stessi metri cubi di cemento smarzo.

Nuovamente in bici, via veloci verso valle.
Braccio sinistro fuori ad indicare la prossima svolta.
Zona industriale nord. Vorreste dirmi che vi sono più zone industriali? 

In questo vicentino, si farebbe prima a mettere le indicazioni per individuare i centri abitati. È tutto mescolato, tutto smisià. È una miscela diversa da quella trevigiana, quì è più dura, più ruvida, non lascia spazio a momenti di minima bellezza. Si è immersi nella melma urbana che ti ingloba senza farti capire se sei a casa o al lavoro. È tutto uno. Come è unica la puzza che annebbia l’altro senso. 

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«Siamo esploratori in terra straniera». Scendendo da Priabona, tra i Comuni di Cornedo e Castelgomberto

Siamo esploratori in terra straniera. Ci inoltriamo in questo rettilineo costeggiato da capannoni occupati, occupanti o abbandonati, con le nostre bici, in una dimensione che non è nostra. Incrociamo sguardi sorpresi, che in qualche modo ci rendono indifferenti, appunto estranei a questo contesto. La zona industriale per definizione non è luogo ciclistico, tanto meno per ciclisti a passo d’uomo con la macchina fotografica in mano. Ma l’entrarci con un mezzo non idoneo, rende l’esplorazione efficace, per rilevare visioni che dall’auto non si potrebbero produrre. Sembra tutto in trasformazione.

Alberto mi porta in visita al tipico bar “spannoveneto” intestato come una polena nella prua di questo mercantile cementato, reso verde dalle immancabili palme venete. Manca solo un elemento che ritroveremo spesso poco più in .

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Dal testo, il tipico bar “spannoveneto”

Siamo solo poche centinaia di metri più a sud del cartello “Poscole” ma qui di sito naturale da preservare non c’è manco l’ombra, anzi il torrente ha già subito deviazioni e arginamenti. Reti, scavi, scoli, tubazioni sospette che perdono, odori e capannoni che saranno tagliati in due dalla Pedemontana.

Ci sfiliamo e proseguiamo verso un’altra zona industriale.

Lungo il tragitto passiamo per la rotonda simbolo degli spannoveneti. Alberto me lo indica con il dito, ma non c’è bisogno, perché è che capeggia superbo su quel prato circolare, ossequiato h24 dal traffico smistato dal rondò “sborassà“. È il leone di San Marco più grande del mondo (penso io), in materiale plastico per essere coerente con le produzioni locali. È , simbolo del “venetasso”. [>> Lo spannoveneto, la «nuova “razza” che ragiona e fa affari a spanne, creando danni irreversibili» – Ndr*].

Non mi dilungo, perché è stato scritto già tutto e molto meglio di queste righe, sul libro “Non torneranno i prati“, proprio da Alberto.​​

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Le Autorità del Veneto durante l’inaugurazione del “bruttissimo” Leone di Vetroresina, Trissino 14 ottobre 2018, a pochi passi dalla Miteni e dalla Fu Fontana di Valbona. Foto di Marco Milioni VICENZA TODAY

A pochi metri il cancello della Miteni, l’azienda inquinatrice, responsabile del più grande inquinamento idrico di tutta Europa. Qui, ormai è tutto marcio, tutto da buttare, tutto impregnato da PFAS. La Poscola è stato il mezzo per trasportare a valle la sostanza cancerogena. Nonostante questo, poco più a valle si scavano i sedimenti, che ormai saranno antiaderenti, per far posto ad un tratto interrato della nuova strada Pedemontana

Poco più a valle si spostano sorgenti e fontane storiche. Quella di Valbona. La Valle un tempo bona.

Poco più a valle si mettono reti rosse da cantiere ad un monumento dei caduti. 

Poco più a valle si beve acqua mortale.

Passo ancora qualche ora con Alberto che mi aggiorna sulle battaglie per portare un po’ di senso delle cose in questo pezzo veneto o meglio in questo pazzo Veneto, prima di ripartire verso nord in direzione Lessinia.

Sono galvanizzato e schifato. Galvanizzato perché questo è quello che cercavo. Schifato perché non pensavo che il territorio fosse così chiaro nel presentarsi sfatto e maltrattato. 

Ringrazio Alberto per la sua amicizia, cicerone d’eccezione.
Lo saluto con affetto, anche lui come se ci conoscessimo da sempre.
La magia del pedalare lungo le stesse strade colpisce ancora.

Sono tornato a salutare Alberto in occasione della sua performance all’inaugurazione del Lessinia Film Festival 2019. Uno spettacolo forte, tanto forte quanto forte è stato il sopruso subito dal territorio che lui, insieme a molti altri suoi compagni, cerca di difendere.

Andrea Rosina
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ANTERSASS CASA EDITRICE | Montecchio Maggiore | VI
30 DICEMBRE 2019

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VENETO B-SIDE INTEGRALE >> leggi il report completo della giornata e di tutto il viaggio nel bellissimo formato SPARK ADOBE qui > spark.adobe.com/VenetoBside

*spannografico > tratto da spannograficamente, da cui > spannoveneto, è un lemma utilizzato istituzionalmente per la prima volta dal Governatore del Veneto, Luca Zaia, il 25 settembre 2017, in occasione di un suo pronunciamento sui limiti ai Pfas, le temibili sostanze interferenti endocrine e cancerogene che hanno colpito in primis la Regione Veneto, Regione che sembrava all’oscuro di tutto. La futura Miteni, l’ex RiMar, esiste dal 1965. L’anno successivo ha iniziato a produrre derivati dal fluoro, con tanto di permessi rilasciati – probabilmente a spanne – dalle Autorità, a tutti i livelli. Ampia documentazione su >> PFAS.land

Nota sul Leone >> LE STALLE DELL’IMMAGINARIO > Il Leone di Castelgomberto anticipa il Leone di Trissino. La pietra, la vetroresina. L’obsolescenza è passata dalle merci ai simboli. Per quanto poco patinato e plastificato, se oltraggiato, il simbolo perde il suo carattere principale: l’inequivocabilità fiduciaria del messaggio, essendo esso divenuto merce di scambio tra soggetti che non meritano fiducia per i fatti che la storia dimostra. A partire dalla stessa manipolazione dei significati originari del simbolo, piantato nei luoghi e nelle situazioni più oscene proprio per i significati che un tempo si originavano da un magniloquente segno dotato di forza immaginifica e di senso indicato dalla storicizzazione. Questi Leoni oggi – Anno Domini 2020, sradicati dalla storia e messi nei posti più infami – sono monumenti in-stallati – quasi fossero stalle dell’immaginario – nelle zone più inquinate e devastate del Veneto, distrutte o non difese dai veneti. Non solo. Antropologicamente, le rotatorie – dense di animali neopagani – sono divenute le nuove stalle/altari della cultura spannoveneta. Senza saperlo la «nuova razza di veneti» monumentalizza e sacralizza la propria follia in un non-luogo, idolatrando un Leone che neppure riconosce geograficamente e che alla fine dei conti – fuori dal dominio marciano – rappresenta ciò che più odia: l’Africa, ossia l’uomo nero e le forze primigenie della natura. Forze ingabbiate dalla supermodernità – dalla chimica industriale – vedi i “neri” nelle concerie di Arzignano, sfruttati e odiati dai locali – la quale ha plastificato le menti di un’intero popolo condotto da una classe dirigente che ha messo in circolo invece della pace e del rispetto per il diverso – scritte nel libro del Leone Marciano – l’odio profondo – rappresentato dalla spada tardoleghista, suppellettile che ancora del tutto non può essere sostituita per ovvie ragioni diplomatiche. Tuttavia, essa, la spada – la spanna – ha già preso il posto, per costoro, del libro – della parola compiuta. Quindi, per deduzione, il Leone ha perso irrimediabilmente la sua origine. I veneti che conoscono la storia dovrebbero vergognarsi ogni volta che lambiscono queste rotatorie. Vergognarsi, tanto.

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Progetto Veneto B-side è un progetto di Andrea Rosina // Mille chilometri pedalando nel “nostro” territorio. Una ricognizione dei luoghi più affascinanti e deturpati del Veneto. Una testimonianza delle bellezze e delle terre sottratte, di quello che era terra e che ora è diventato “modernità”. Sei giorni di esplorazione nel paesaggio fisico e nelle persone che lo abitano.

Non torneranno i prati è un libro di di Alberto Peruffo // «Un urlo di dolore/amore/ribellione per le nostre bellissime terre, devastate. E le azioni conseguenti. Di ogni genere e tipo» e una videoperformance teatrale per «macchina a vento e memorie bruciate».

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APPROFONDIMENTI SUL LEONE DI TRISSINO, LA FONTANA DI VALBONA, IL POPOLO INSANGUINÀ, SPV, POSCOLE E PFAS

SULLA FONTANA DI VALBONA, DIVELTA >>  https://casacibernetica.cloud/2018/06/16/valbona-valbona-che-non-tornerai-cronaca-di-un-abominio-la-distruzione-del-territorio-e-delle-sue-tracce-piu-antiche-nel-veneto-contemporaneo/

SULLA [CONTRO]INAUGURAZIONE DEL LEONE DI VETRORESINA >>
https://casacibernetica.cloud/2018/10/10/lotra-inaugurasion-par-na-vera-autonomia-el-leon-insborassa-e-i-animai-rabia-14-ottobre-2018-trissino/

SULLA GIORNATA INAGURALE DELLO STESSO LEONE >>
> https://pfas.land/2018/10/19/14-ottobre-la-regione-veneto-tra-autonomia-distruzione-del-territorio-simboli-inopportuni-e-limiti-pfas
> http://www.vicenzatoday.it/cronaca/l-inaugurazione-del-leone-di-trissino-la-diretta.html
> http://www.vicenzatoday.it/politica/il-grande-leone-tra-pfas-e-pedemontana-contraddizioni-e-nodi-irrisolti.html

SULLE PREMESSE DEL VENETO DEVASTATO E DEL SUO SANGUE CONTAMINATO >>
https://casacibernetica.cloud/2018/10/13/il-popolo-del-gua-insanguina-non-esiste-il-popolo-veneto-esistono-gli-abitanti-di-un-veneto-bellissimo-devastato/

SULLA SPV SUPERSTRADA PEDEMONTANA VENETA, SULLE POSCOLE E SUI PFAS >>
> http://wwwcovepa.blogspot.com/2019/
> https://disastropedemontanaveneta.wordpress.com/
> https://pfas.land/

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L’avanzamento della SPV in Zona Poscole

Galleria completa di Andrea Rosina, con scorci prima e dopo la Giornata sulle Poscole

[Le foto a colori di questo articolo – extra Galleria Rosina – sono tratte dall’Archivio CCC e da Vicenza Today]

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